Deus Caritas Est
L'Enciclica di Benedetto XVI
Febbraio 2006
Al centro l'amore di Bruno Forte Arcivescovo Metropolita di Chieti - Vasto Siamo fatti per amare e non ci realizzeremo che amando: eppure, questo bisogno d'amore è continuamente frustrato dalle falsificazioni e dagli inganni che riempiono la scena della vita e del mondo. Chi renderà possibile questo impossibile amore? È l'amore donato che ci rende capaci di amare al di là di ogni misura di stanchezza, di ogni trappola della vita. Questo amore donato è quello che la lingua del Nuovo Testamento chiama “agàpe”, carità: è l'amore oggetto della buona novella, è il tema della prima Enciclica di Papa Benedetto XVI, pubblicata ieri, che proprio per questo porta il titolo “Dio è amore”. Un'enciclica pensata per dire l'essenziale, per riportare al centro lo sguardo dei credenti, per offrire a chi non crede l'essenza della fede cristiana. Il Papa non teme perciò di confrontarsi con le grandi obiezioni rivolte alla carità cristiana: anzitutto, con quella di essere la frustrazione dell' “eros”, e proprio così il suo avvelenamento. È l'obiezione di Friedrich Nietzsche, che il Papa teologo non esita a citare con rispettosa attenzione, per dire però che questo amore donato “ non è rifiuto dell' eros , non è il suo avvelenamento, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza” (n. 5). All'obiezione propria dei mondi ideologici, che cioè la carità cristiana sia pura evasione consolatoria e addirittura “oppio dei popoli” per impedire i cambiamenti rivoluzionari necessari alla storia, il Papa tedesco, che ha vissuto sulla sua pelle il dramma della guerra mondiale e la tragedia dei totalitarismi, non esita a rispondere: “ Il marxismo aveva indicato nella rivoluzione mondiale e nella sua preparazione la panacea per la problematica sociale … Questo sogno è svanito” (n. 27). Né questo vuol dire avallo a una concezione del potere dove tutto sia lasciato al libero gioco delle parti, senza una regolamentazione che garantisca il rispetto dei deboli: “Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia - afferma l'Enciclica citando Sant'Agostino - si ridurrebbe ad una grande banda di ladri ” (n. 28). Ai paladini dell' “eros”, poi, Benedetto XVI mostra con scioltezza che “eros e agape” non vanno separati, che nessuna demonizzazione dell' “eros” è cristiana, perché il mondo delle passioni non può essere annullato: esso va assunto e integrato in un progetto di amore più pieno, che abbraccia Dio e il mondo, il partner amato e la massa dei bisogni e delle attese d'amore e di giustizia che riempie la faccia della terra. Ciò che è male, e fa male, non è dunque l' “eros”, ma la sua assolutizzazione egoistica, il suo uso ripiegato sui capricci dell'io: perfino il rapporto con Dio ha una componente di “eros” salutare, quella passione che attraversa le esperienze dei mistici e che ogni credente sperimenta nel coinvolgimento integrale del suo essere nell'incontro con l'Eterno. Umanità piena e felice, conforme al disegno divino sulla creatura, è quella che arricchisce “agàpe” con la forza dell'“eros” e purifica e innalza “eros” con la irradiante generosità dell'amore gratuito che viene dall'alto e tende all'alto di Dio. Proprio così l'amore cristiano è pienamente umano: esso investe il cuore della persona, i rapporti di coppia, le relazioni sociali, i legami fra i popoli, e può pervadere e trasformare perfino il cosiddetto “scontro delle civiltà”. Quest'espressione - coniata da Samuel Huntington come titolo del suo fortunato saggio, divenuto per molti chiave ispiratrice della lettura dei rapporti internazionali dopo l'11 Settembre 2001 - riduce la complessità della storia a un faccia a faccia drammatico, quello delle nazioni nel secolo XIX, quello delle ideologie nel XX e quello della civiltà e dei mondi religiosi ad esse sottesi oggi. Il XXI secolo sarebbe nient'altro che il tempo in cui Cristianesimo e Islàm si contenderanno i destini del mondo: la voce di Giovanni Paolo II, contraria alla risposta militare al deprecato odio terrorista, sarebbe stata così fuori del tempo. Papa Benedetto ripropone l'ispirazione profonda del pensiero del Suo Predecessore: il futuro non sarà edificato da mura di separazione, ma da ponti di dialogo, da scelte di giustizia per tutti, specie per i deboli e i perdenti della storia. Questa scelta è amore: e di essa l'umanità ha bisogno più dell'aria che respira, se vorremo che la casa del mondo possa essere accogliente per tutti e generosa verso tutti. L'amore, insomma, quell'amore che svuota la violenza e tesse legami di pace, tutt'altro che evasivo e consolatorio, capace anzi di guardare in faccia la vita e la storia e di intervenire decisamente in esse, è l'unica speranza degli uomini. E questo amore non lo si inventa né lo si produce: lo si chiede, lo si accoglie, lo si dona. È l'amore del Dio di Gesù Cristo, buona novella per tutti. Si potrebbe dire che per Benedetto XVI la Chiesa non esiste che per questo: annunciare e donare questo amore, e darne il più possibile testimonianza credibile a tutti. La sofferenza più volte da Lui espressa davanti alla “sporcizia” nella Chiesa non è altro che il dolore di vedere non amato e tradito l'amore da tanti di quelli che dicono di credere in esso. Eppure, l'impossibile è divenuto possibile da che il Figlio di Dio è venuto fra noi e vive in mezzo a noi per la forza del Suo Spirito e la carità dei cristiani e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Questo è quanto il Papa vuol dire alla Chiesa e al mondo: semplice e grande, questo, se si vuole chiamarlo così, è il programma del Suo pontificato. Lo dichiara lui stesso chiudendo la meditazione intensa e breve della sua prima Enciclica: “L'amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine di Dio. Vivere l'amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente Enciclica” (40). |
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